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La morte in pillole

Di Gianluca Fava - 03-08-2009

A cavallo tra i mesi di luglio ed agosto 2009, anche in Italia è stato messo in commercio il mifepristone.

Esso è uno steroide sintetico utilizzato come farmaco per l'aborto chimico nei primi due mesi della gravidanza. Prodotto sotto forma di pillola, il farmaco in questione rispetto ai metodi abortivi tradizionali, ha la caratteristica di non richiedere l'ospedalizzazione della donna né interventi chirurgici.

Questo è il principale motivo per cui la RU486 è ritenuta meno "colpevole" di traumi fisici e psicologici oltre che "fautrice" di minori costi per il servizio sanitario.

Attualmente, questa pillola killer è in uso in tutti i paesi dell'Unione Europea ad eccezione della civilissima Irlanda, dove l'aborto è vietato.

In data 01/08/2009, nell'editoriale dell'Avvenire, si leggeva: "L'Aifa porta per prima la responsabilità di una scelta grave e tutt'altro che necessaria: nessun giro di parole può nascondere la verità, cioè che è stato dato il via libera ad un farmaco del quale gli stessi produttori ammettono la pericolosità". Facciamo un passo indietro.

Già in data 30/07/2009, sul corriere della sera si leggeva: "Dopo una riunione durata più di quattro ore, è arrivato giovedì in tarda serata il via libera a maggioranza (quattro contro uno) dall'Agenzia italiana del farmaco alla pillola abortiva. Il Consiglio di amministrazione dell'Aifa ha infatti approvato l'immissione in commercio nel nostro Paese del farmaco già commercializzato in diverse altre Nazioni. Nel Cda dell'Aifa hanno votato a favore della pillola il presidente Sergio Pecorelli e i consiglieri Giovanni Bissoni, Claudio De Vincenti e Gloria Saccani Jotti. Ad esprimersi negativamente è stato invece Romano Colozzi, assessore alle Risorse e Finanze della Regione Lombardia"; ma vi è di più: ancora prima che l'Aifa si pronunciasse, il Vaticano era tornato all'attacco contro la pillola abortiva. L'Osservatore Romano, infatti, aveva affrontato in mattinata il nodo della Ru486 riportando le preoccupazioni espresse dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, la quale, prima dell'ufficializzazione della notizia, affermava: «La decisione dell’Aifa a favore della commercializzazione non è scontata, alla luce delle 29 morti tra donne in vari Paesi del mondo causate dalla Ru486".

Le perplessità, i dubbi, gli interrogativi sono legittimi e, non lo scrive solo un ignorante in materia, in gran parte anche fondati; ma guai se provengono dalla Chiesa Cattolica: in quel caso si scatena l'ira funesta di chi tollera o accetta anche qualche accenno di fondamentalismo di altre religioni in "casa nostra", ma, quando apre la bocca un Cattolico, allora... anatema!!!

Relativamente all'argomento in esame, però, bisogna sottolineare anche qualche esagerazione che, se messa effettivamente in pratica, diventerebbe un'assurdità. Monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia pro Vita, ha "minacciato" che l'uso della pillola in questione comporta la scomunica per le donne che vi fanno ricorso così come per i medici che l’hanno prescritta, perché la sua assunzione è analoga, a tutti gli effetti, all’aborto chirurgico.

A questo punto si vuole lanciare una piccola provocazione: se proprio si deve arrivare ad una scomunica, non sarebbe meglio che la stessa riguardasse solo i politici che autorizzano, permettono, promuovono, non vietano la diffusione, commercializzazione, somministrazione, prescrizione e l'uso della pillola RU486, atteso che ci sono sempre meno fondi per la ricerca scientifica e quelli che ci sono sono impiegati per strumenti di morte come la RU486?

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