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Professione pentito

Di Gianluca Fava - 01-06-2007

L'Italia spesso è vilipesa, offesa sotto ogni profilo anche dai suoi stessi abitanti, oggetto di scherno e discutibili ironie da parte soprattutto di chi questa splendida penisola, magari, nemmeno la conosce; ma sotto il profilo giudiziario si deve ammettere che, con qualche eccesso, è forse tra gli Stati più garantisti del mondo.

La procedura penale è piena di premi e benefici di ogni genere, tanto che la certezza della pena è diventata un vero e proprio problema unitamente alla tutela delle persone offese dai reati.

In questa sede si desidera trattare, in grandi linee, un argomento che sembra "incastrarsi" a dovere nel quadro generale più volte illustrato in questa sezione: la legislazione relativa ai collaboratori di giustizia.

Tale locuzione non sta ad indicare altro che dei criminali senza coscienza e senza scrupoli i quali, dopo essersi macchiati di delitti spesso inconcepibili per qualsiasi cervello umano sano, decidono, dopo l'arresto ed anni se non decenni di latitanza, di accusarseli e, soprattutto, di accusare degli stessi e non solo, anche altri.

Politici, giornalisti e magistrati affermano che, senza quelli che comunemente vengono definiti pentiti, la "guerra" alla criminalità organizzata ed al terrorismo non sarebbe nemmeno cominciata e che certe "battaglie" non sarebbero state vinte.

Ciò forse è vero ma, proprio per questa ragione, la legislazione relativa ai collaboratori di giustizia, si deve ammettere, è un atto di debolezza dello Stato che, non riuscendo a combattere con le proprie forze delle situazioni le quali, per dirla con il compianto giudice Giovanni Falcone "sono fenomeni umani quindi destinati a finire", deve scendere a compromessi proprio con i suoi nemici.

Era il 13 febbraio 2001 quando "nasceva" la legge n. 45 relativa alla disciplina della protezione e del trattamento sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia ed a disposizioni a favore delle persone che prestano testimonianza. Tale norma, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 58 del 10 marzo 2001 supplemento ordinario n. 50 e tutt'ora in vigore, ha modificato il Decreto-Legge 15 gennaio 1991 n. 8 convertito con modificazioni nella Legge 15 marzo 1991 n. 82.

Dal combinato disposto della Legge 45/2001 e la L. 82/1991 , tra l'altro, si evince che ai collaboratori di giustizia "possono essere applicate speciali misure di protezione idonee ad assicurarne l’incolumità provvedendo, ove necessario, anche alla loro assistenza".

Sin qui... nulla quaestio; ma ci si rende conto che i soggetti in questione, spesso, non sono pentiti di nulla e che, in molti casi, essi stessi si definiscono "dissociati" e non pentiti?

Le speciali misure di protezione di cui sopra, sono applicate quando risulta la inadeguatezza (altra esplicita ammissione di incapacità del "sistema Italia") delle ordinarie misure di tutela adottabili direttamente dalle autorità di pubblica sicurezza o, se si tratta di persone detenute o internate, dal Ministero della Giustizia e, precisamente, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria! Inoltre detto trattamento deve essere riservato, sarebbe assurdo il contrario, anche alle persone che versano in grave e attuale pericolo per effetto di talune delle condotte di collaborazione tenute relativamente a delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale ed altri reati gravi!

Ai fini dell’applicazione delle speciali misure di protezione, assumono rilievo la collaborazione o le dichiarazioni rese nel corso di un procedimento penale. La collaborazione e le dichiarazioni predette devono avere carattere di intrinseca attendibilità e devono altresì avere carattere di novità o di completezza o, comunque, devono apparire di notevole importanza per lo sviluppo delle indagini o ai fini del giudizio ovvero per le attività di investigazione sulle connotazioni strutturali, le dotazioni di armi, esplosivi o beni, le articolazioni e i collegamenti interni o internazionali delle organizzazioni criminali di tipo mafioso o terroristico-eversivo o sugli obiettivi, le finalità e le modalità operative di dette organizzazioni.

A questo punto bisogna riflettere sulla "intrinseca attendibilità". La cronaca giudiziaria, purtroppo, ci insegna che spesso le collaborazioni dei dissociati sono fittizie e le dichiarazioni degli stessi addirittura fallaci; infatti, come testimoniano i casi relativi ad Enzo Tortora ed al Senatore a vita Giulio Andreotti, il "teorema" accusatorio su cui si costruiscono certe vicende giudiziarie, è quasi sempre pieno di illazioni, supposizioni, errori e piccole disattenzioni che, però, rovinano irrimediabilmente la reputazione di un innocente, mettendogli a repentaglio, a causa del grandissimo impatto emotivo che ne può derivare, alcune volte anche la vita.

Inoltre, se le speciali misure di protezione non risultano adeguate alla gravità ed attualità del pericolo, esse possono essere applicate anche mediante la definizione di uno speciale programma di protezione, che chi scrive si permette di definire scandaloso ed assolutamente offensivo, non solo per tutti i cittadini onesti in generale, ma anche per tutti coloro che cercano di servire lo Stato quotidianamente con professionalità, passione ed abnegazione; ma vi è di più: a detto programma possono essere ammesse anche persone che, si badi bene, convivono stabilmente con l'interessato.

Al peggio, però, non c'è mai fine; infatti, analizzando la legislazione in questione, ci si accorge che nella determinazione delle situazioni di pericolo si tiene conto, oltre che dello spessore delle condotte di collaborazione o della rilevanza e qualità delle dichiarazioni rese, anche delle caratteristiche di reazione del gruppo criminale in relazione al quale la collaborazione o le dichiarazioni sono rese, valutate con specifico riferimento alla forza di intimidazione di cui il gruppo è localmente in grado di valersi; come a dire che più lutti il gruppo criminale provoca al collaborante, più le dichiarazioni di costui sono considerate attendibili. La conseguenza logica di ciò è che una persona che vive stabilmente con un "pentito", può essere ammessa al programma di protezione, ma sempre se riesce a non farsi uccidere prima.

Tante altre sono le perplessità provocate dalle norme relative ai collaboratori di giustizia, ma ci si ferma qui per non tediare ulteriormente il lettore. In Italia, Paese dove le forze dell'ordine sono sempre più maltrattate in ogni senso, dove molti Magistrati rischiano la vita ogni giorno, dove la professione di avvocato è mortificata e svilita soprattutto al sud, per cercare di fare giustizia anche a chi ha perso la vita proprio per servire lo Stato, paradossalmente si proteggono, si aiutano e si assistono anche economicamente non solo, ma anche con grande generosità, proprio quelli che dovrebbero essere puniti con fermezza, trasformando, in molti casi, quella del collaboratore di giustizia in una sorta di professione privilegiata!

Commenti

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Commento di: marco del 5/6/2007
sono d'accordo sul fatto che sono dei criminali. Un abbraccio
Commento di: Gianluca Fava del 8/6/2007
Caro Marco, grazie di cuore per aver lasciato il tuo commento!
Commento di: Valerio del 24/6/2007
Credo che per i "pentiti" sia giusto prevedere un programma di protezione, ma solo quello senza aiuti economici per evitare di creare quella che l'autore dell'articolo chiama "professione privilegiata" e per rispetto di tutte le persone oneste che tribolano per inserirsi nel mondo del lavoro...
Commento di: Gianluca Fava del 25/6/2007
Caro Valerio, prima di tutto grazie per aver lasciato un tuo commento, poi desidero invitarti ad una riflessione: perchè proteggere, a spese del cittadino, anche i congiunti del collaborante e per di più anche con le discutibili modalità descritte?
Commento di: bing del 27/10/2007
Nice resource, very interesting reading...
Commento di: Gianluca Fava del 30/10/2007
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