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Di Gianluca Fava - 31/07/2014

Era il 27 giugno 2014, quando veniva pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il testo del decreto legge n° 92 del 26 giugno del medesimo anno.

Tale norma consente, a chi ha subito un trattamento non conforme alla convenzione europea dei diritti dell'uomo, di ottenere una riduzione della pena, o un risarcimento del danno.

L'articolo 1 del decreto in esame, "creando" l'articolo 35-ter della Legge n° 354 del 1975, ha stabilito che, quando il pregiudizio di cui all'articolo 69 comma 6 lettera b) consiste in condizioni di detenzione tali da violare l'articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, su istanza presentata dal detenuto personalmente ovvero tramite difensore munito di procura speciale, il Magistrato di sorveglianza dispone, a titolo di risarcimento del danno, una riduzione della pena detentiva ancora da espiare pari, nella durata, a un giorno per ogni dieci durante il quale il richiedente ha subito il pregiudizio.

Quando il periodo di pena ancora da espiare è tale da non consentire la detrazione dell'intera misura percentuale di cui al comma 1, il magistrato di sorveglianza liquida altresì al richiedente, in relazione al residuo periodo e a titolo di risarcimento del danno, una somma di denaro pari a euro 8,00 per ciascuna giornata nella quale questi ha subito il pregiudizio.

Il magistrato di sorveglianza provvede allo stesso modo nel caso in cui il periodo di detenzione espiato in condizioni non conformi ai criteri di cui all'articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, sia stato inferiore ai quindici giorni.

Coloro che hanno subito il pregiudizio di cui al comma 1 in stato di custodia cautelare in carcere non computabile nella determinazione della pena da espiare, o coloro che hanno terminato di espiare la pena detentiva in carcere, possono proporre azione personalmente o tramite difensore munito di procura speciale, innanzi al tribunale del capoluogo del distretto nel cui territorio hanno la residenza.

L'azione deve essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dalla cessazione dello stato di detenzione o della custodia cautelare in carcere. Il tribunale decide in composizione monocratica nelle forme di cui agli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile.

Il decreto che definisce il procedimento non e' soggetto a reclamo. Il risarcimento del danno e' liquidato nella misura prevista dal comma 2.

All'articolo 2 il dettato in questione recita: "Coloro che, alla data di entrata in vigore del presente decreto-legge, hanno cessato di espiare la pena detentiva o non si trovano piu' in stato di custodia cautelare in carcere, possono proporre l'azione di cui all'articolo 35-ter, comma 3, della legge 26 luglio 1975, n. 354, entro il termine di decadenza di sei mesi decorrenti dalla stessa data".

All'articolo 8, sostituendo il precedente comma 2-bis dell'articolo 275 del codice di procedura penale, poi si afferma che: "non puo' essere applicata la misura della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari se il giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena".

Diverse altre cose si stabiliscono in quanto in esame, ma si tralasciano per non tediare ulteriormente il paziente e cortese lettore. Solo pochi sassolini si vogliono lanciare nello stagno della Giustizia italiana: lo Stato italiano non voleva e doveva risparmiare?

Come mai lo Stato continua a preoccuparsi solo di chi ha o avrebbe commesso un reato, ma per chi l'ha o l'avrebbe subito si mostra sempre... "timido"?

Come mai una seria riforma della difesa di ufficio e del patrocinio a spese dello Stato continuano a non interessare a nessuno, anche se, così come sono, è palese che nuocciono a tutti?

Cancellieri, Magistrati, Avvocati, appartenenti alle forze dell'ordine e comuni cittadini sono costretti a dire alla classe politica italiana, ancora una volta... GRAZIE???

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