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Banalità necessarie!

Di Roberto Castaldo, webmaster di questo sito - 19-04-2010

Questo articolo è stato già pubblicato il 13 aprile 2010 sul blog "Web 2.0 - Tanto rumore per nulla?", di Roberto Castaldo

Ricordate la strana storia di Google che gridava allo scandalo per essere stata condannata per violazione della privacy (24 febbraio 2010)? Ricordate il polverone mediatico-politico che si riuscì a sollevare? E ricordate anche quanti blogger, pseudo-intellettuali e tuttologi si scagliarono nel nome della libertà contro la decisione di un “piccolo ed insignificante” giudice italiano che si permetteva addirittura di dare al Signor Google lezioni su come ci si comporta in rete?

Già ne avevo parlato in un altro mio post, nel quale rivendicavo il diritto di ciascuno di noi di decidere se e quando pubblicare sul Web materiale che in qualche maniera ci riguarda. Insomma, ero e resto convinto che il valore della persona, e quindi dei dati personali di ciascuno di noi, venga prima – molto prima – dei diritti delle varie comunità virtuali e dei vari social network, i quali fondano la loro popolarità proprio sulla condivisione di dati, foto e video.

Beh, pochi giorni or sono sono state pubblicate le motivazioni (oltre 100 pagine) di tale sentenza, e ci si accorge che il documento contiene una lunga serie di “banalità necessarie“.

Perchè le chiamo banalità?

Perchè molti utenti ed anche addetti ai lavori credono che navigare sul Web sia come teletrasportarsi in un universo completamente estraneo al nostro mondo, alla nostra società, alle nostre regole. Ma non è così, sul Web ci siamo noi, e lì portiamo le nostre individualità, i nostri desideri, i nostri bisogni, anche le nostre frustrazioni… senza contare che la libertà non è l’assenza di qualsivoglia regola, così come regola non è sinonimo di oppressione, non lo è nel mondo reale e non lo è sul Web. Quando il giudice nelle sue motivazioni afferma che “esistono leggi che codificano comportamenti e che creano degli obblighi; obblighi che, ove non rispettati, conducono al riconoscimento di una penale responsabilità” esprime un concetto banale se riferito al “mondo reale”; ed altrettanto dovrebbe essere in quello virtuale, “internet non è una prateria sconfinata“, nel quale proprio l’esistenza di regole, magari molto lasche ma condivise, dovrebbe essere la massima garanzia dell’esercizio della libertà di ciascuno.

Perchè le chiamo necessarie?

Perchè, evidentemente, il popolo del Web non le ha ancora digerite e fatte proprie, il livello di alfabetizzazione relativo all’uso consapevole del Web e degli strumenti di libertà che esso offre è ancora molto basso, e perchè serve una continua opera di convincimento e di divulgazione delle più elementari norme di “educazione civica virtuale“, legate molto più al buon senso comune che ai codici normativi… i quali comunque – è bene ribadirlo – già contengono molte leggi applicabili direttamente a quel che accade in rete, come la legge sulla privacy che il giudice in questione ha – giustamente – applicato contro Google.

Buon senso – Google: 1-0!

Commenti

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Commento di: paola tecce del 20/4/2010
Condivido pienamente l'articolo, sono assolutamente d'accordo, il web non può diventare "terra di nessuno", dove possono essere commessi illeciti tranquillamente ed impunemente. Basta!! cordiali saluti. Paola Tecce